Sempre più spesso nei servizi pubblici destinati all’ascolto e alla presa in carico di minori in condizioni di disagio psico-sociale, si assiste all’utilizzo estensivo di politiche di governance clinica che privilegiano la dimensione della misurazione e della valutazione attraverso l’utilizzo rigido di protocolli, linee guida e manuali diagnostici, che difficilmente lasciano spazio al paziente come soggetto della sua parola, del suo dire. È un dato di fatto che sempre più i comportamenti di bambini e ragazzi sono enumerati, classificati e misurati come disturbi mentali e/o del comportamento e su questa base si stabiliscono i parametri di patologia più o meno grave che orientano l’intervento del clinico già dal primo colloquio, col rischio di (ri)produrre e sostenere alcune traiettorie evolutive fortemente stigmatizzanti e marginalizzanti che condizionano, a lungo termine, il percorso di vita producendo identità marcate dalla segregazione. Lo psicologo assume, quindi, le parti di un tecnico della salute mentale che con il suo sapere universale sul funzionamento psichico, è chiamato a rispondere in maniera oggettiva, standardizzata, al disagio soggettivo per mezzo di un sapere classificatorio che nomina e definisce, con lo scopo di curare, nel senso di adattare, ristabilendo una presunta armonia fra l’individuo, il suo corpo e il mondo contemporaneo. L’idea di fondo è che vi sia un sapere sull’altro, sul paziente, che non va interrogato ma interpretato dal clinico servendosi, anche, di strumenti di misurazione che permettono l’ottimizzazione delle interazioni tra individuo e il suo ambiente e la ‘normalizzazione’ dei comportamenti per abbassare il rischio, migliorare gli standard. A partire da un’esperienza come osservatrice partecipante all’interno di un servizio pubblico di Psicologia dell’ASP destinato a minori in adozione e affido, e attraverso la cornice teorica fornita dalla vasta letteratura psicoanalitica e interazionista, è stato possibile evidenziare come la clinica odierna corra il rischio di trasformare la soggettività infantile nell’idea fantasmatica dell’esistenza di un bambino generalizzato, dove la diagnosi assume le caratteristiche di uno scoglio ideologico che mette in secondo piano la clinica. Un meccanismo di difesa che permette di gestire l’angoscia prodotta dall’impensabile, dall’incerto, dall’incalcolabile che emerge dall’incontro con l’Altro producendo degli effetti di rassicurazione che, però, non permettono di cogliere la complessità di ciò che accade nel soggetto umano e, cosa ancor più grave, produce delle istituzioni in cui manca il soggetto, mancano le sue parole, le contingenze, le unicità della storia soggettiva.
Governance clinica e presa in carico di minori in condizione di disagio psico-sociale. Che posto spetta alle parole del soggetto? / Belluzzo, M.. - (2025).
Governance clinica e presa in carico di minori in condizione di disagio psico-sociale. Che posto spetta alle parole del soggetto?
Miriam Belluzzo
Primo
2025
Abstract
Sempre più spesso nei servizi pubblici destinati all’ascolto e alla presa in carico di minori in condizioni di disagio psico-sociale, si assiste all’utilizzo estensivo di politiche di governance clinica che privilegiano la dimensione della misurazione e della valutazione attraverso l’utilizzo rigido di protocolli, linee guida e manuali diagnostici, che difficilmente lasciano spazio al paziente come soggetto della sua parola, del suo dire. È un dato di fatto che sempre più i comportamenti di bambini e ragazzi sono enumerati, classificati e misurati come disturbi mentali e/o del comportamento e su questa base si stabiliscono i parametri di patologia più o meno grave che orientano l’intervento del clinico già dal primo colloquio, col rischio di (ri)produrre e sostenere alcune traiettorie evolutive fortemente stigmatizzanti e marginalizzanti che condizionano, a lungo termine, il percorso di vita producendo identità marcate dalla segregazione. Lo psicologo assume, quindi, le parti di un tecnico della salute mentale che con il suo sapere universale sul funzionamento psichico, è chiamato a rispondere in maniera oggettiva, standardizzata, al disagio soggettivo per mezzo di un sapere classificatorio che nomina e definisce, con lo scopo di curare, nel senso di adattare, ristabilendo una presunta armonia fra l’individuo, il suo corpo e il mondo contemporaneo. L’idea di fondo è che vi sia un sapere sull’altro, sul paziente, che non va interrogato ma interpretato dal clinico servendosi, anche, di strumenti di misurazione che permettono l’ottimizzazione delle interazioni tra individuo e il suo ambiente e la ‘normalizzazione’ dei comportamenti per abbassare il rischio, migliorare gli standard. A partire da un’esperienza come osservatrice partecipante all’interno di un servizio pubblico di Psicologia dell’ASP destinato a minori in adozione e affido, e attraverso la cornice teorica fornita dalla vasta letteratura psicoanalitica e interazionista, è stato possibile evidenziare come la clinica odierna corra il rischio di trasformare la soggettività infantile nell’idea fantasmatica dell’esistenza di un bambino generalizzato, dove la diagnosi assume le caratteristiche di uno scoglio ideologico che mette in secondo piano la clinica. Un meccanismo di difesa che permette di gestire l’angoscia prodotta dall’impensabile, dall’incerto, dall’incalcolabile che emerge dall’incontro con l’Altro producendo degli effetti di rassicurazione che, però, non permettono di cogliere la complessità di ciò che accade nel soggetto umano e, cosa ancor più grave, produce delle istituzioni in cui manca il soggetto, mancano le sue parole, le contingenze, le unicità della storia soggettiva.| File | Dimensione | Formato | |
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